Tra finti nemici e guerra di facciata: due ipotesi di scenario
Introduzione
Nel precedente articolo, “Panamá sul binario delle élites”, abbiamo ipotizzato tre scenari: Panamá sotto totale influenza USA, Panamá legata alla Cina come estensione della Belt and Road, oppure Panamá come ponte geopolitico gestito dalle élites di entrambe le potenze. Partendo da quest’ultima ipotesi, allarghiamo ora lo sguardo al Venezuela, al centro di nuove pressioni militari e politiche. Due le ipotesi principali: un intervento militare diretto degli Stati Uniti oppure un accordo invisibile tra élites, dove il conflitto resta soprattutto teatrale. La risposta ufficiale della Cina, che condanna le mosse statunitensi, non esclude questa logica dei “finti nemici”, ma la rafforza.
1) Panamá come ponte operativo delle élites
Panamá non è soltanto il custode del Canale, ma anche una piattaforma finanziaria dollarizzata e un hub logistico strategico. In caso di crisi venezuelana, il Paese assumerebbe un ruolo centrale come base di appoggio militare e come vetrina di stabilità finanziaria, confermando la sua funzione di ponte operativo delle élites globali.
2) Ipotesi A — Intervento militare USA
In questa ipotesi, gli Stati Uniti potrebbero giustificare un intervento militare diretto con argomenti di facciata: difesa della democrazia, lotta al narcotraffico, tutela dei diritti umani e sicurezza energetica.
La sequenza includerebbe: pressione aerea e navale, operazioni speciali per neutralizzare le difese, azioni di guerra informatica e informativa, e infine l’inserimento di una coalizione regionale per legittimare l’operazione. Panamá, insieme a basi nei Caraibi, diventerebbe il fulcro logistico.
Il rischio maggiore sarebbe una guerra prolungata, con possibili danni indiretti alle infrastrutture energetiche e un aumento della tensione globale. Anche qui, gli asset cinesi non verrebbero distrutti, ma probabilmente rinegoziati dopo un eventuale cambio di regime, confermando la logica dei ‘finti nemici’.
3) Ipotesi B — Accordo invisibile tra élites e teatro geopolitico
L’ipotesi più realistica nel breve periodo è che USA e Cina abbiano già avviato negoziati sotterranei. Le esercitazioni militari e l’accerchiamento servirebbero più a esercitare pressione psicologica e negoziale che a preparare una vera invasione.
La sequenza prevederebbe: sanzioni mirate, incoraggiamento di fratture interne tra élites economiche e militari, negoziazione di una transizione con garanzie per la Cina sugli asset petroliferi e infine la formazione di un governo di compromesso. Tutto accompagnato da una narrativa mediatica di ‘cambiamento democratico’.
Questo approccio ridurrebbe i rischi di conflitto, proteggerebbe le infrastrutture energetiche e permetterebbe a entrambi i blocchi di ottenere i propri obiettivi: controllo politico per gli USA, continuità economica per la Cina.
4) La risposta cinese: condanna pubblica e intese nascoste
La Cina ha condannato con forza la presenza militare statunitense al largo del Venezuela, ribadendo la sua opposizione a qualsiasi uso della forza e alle sanzioni unilaterali. Ha inoltre criticato l’asta di Citgo, definendola una violazione del diritto internazionale.
Questa presa di posizione non significa che non vi siano canali riservati aperti con Washington. Anzi, la retorica pubblica consente a Pechino di difendere la propria immagine internazionale, mentre dietro le quinte può trattare la protezione dei suoi interessi: debiti contratti da Caracas, contratti di fornitura energetica, investimenti in infrastrutture.
Il modello dei ‘finti nemici’ resta plausibile: in pubblico i due attori si mostrano contrapposti, ma in privato cercano punti di convergenza per spartirsi costi e benefici.
5) Il nodo Citgo
Citgo è la controllata statunitense della compagnia petrolifera venezuelana PDVSA, con sede a Houston. Gestisce tre raffinerie e una vasta rete di distribuzione carburanti negli Stati Uniti. Dal 2019 è di fatto sotto amministrazione americana: i suoi profitti non vanno al governo Maduro, ma a conti controllati dall’opposizione.
Oggi Citgo è al centro di un’asta per risarcire i creditori del Venezuela. Per Caracas, perderla definitivamente significherebbe rinunciare a una delle sue leve più importanti in Nord America. Per Washington, rappresenta un ostaggio strategico, utile a mantenere pressione. Per Pechino, è un test: la Cina pretende che i suoi contratti energetici non vengano annullati qualunque sia l’esito politico.
6) Effetti sul Tren Panamá–David
Il progetto ferroviario Panamá–David riflette queste dinamiche globali. Se dovesse prevalere l’opzione militare, il treno verrebbe probabilmente inserito in una logica di mobilità strategica, con ritardi o modifiche. Se invece avesse successo un accordo invisibile, il progetto rimarrebbe la vetrina della ‘ripresa’ panamense, sostenuta dalle élites come simbolo di equilibrio controllato.
Conclusione
L’ipotesi di un attacco USA al Venezuela, con Panamá come ponte geopolitico, non va letta come un conflitto tra nemici assoluti. Piuttosto, occorre osservare come le élites globali si mostrino rivali in pubblico per poi trovare convergenze in privato.
Che si tratti di intervento militare o di accordo invisibile, Panamá rimane al centro della scacchiera, confermando il suo ruolo di nodo imprescindibile nel gioco delle élites.

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